Il prefisso “nano” oggi è utilizzato come puro espediente pubblicitario, prodotti nanotech sono già effettivamente presenti in commercio. La nanotecnologia è una scala nella quale cambiano le proprietà e i comportamenti delle materia che usiamo tutti i giorni: il carbonio diventa centinaia di volte più resistente dell’acciaio, l’oro fonde a temperatura ambiente e l’alluminio rischia di esplodere. Tutto questo offre enormi possibilità di applicazione, visto che è la stessa scala del Dna del corpo umano, dei virus, delle proprietà ottiche delle superfici...
Le nanotecnologie offrono molti vantaggi: maggiore capacità di colpire solo le zone malate, nelle tac e nelle risonanze magnetiche, corpi di contrasto con nanoparticelle possono garantire immagini più chiare.
In una intervista a Paolo Dilani, Direttore del centro nanostrutturati dell’Università di Milano dice: "di prodotti veramente nanotecnologici in commercio ne esistono pochi. Però in alcuni casi la combinazione tra il tipo di sostanza chimica e la dimensione della particella può causare problemi: basti pensare ai residui della combustione, le ormai famigerate polveri ultrasottili.
Però sono rischi che stiamo correndo dall’invenzione del motore a scoppio e non mi sembra corretto scaricarli sulle spalle delle nanotecnologie. Rimangono lati poco conosciuti che la ricerca deve prioritariamente affrontare. Ad esempio non sappiamo se esistono soglie, dobbiamo chiederci che cosa potrebbe succedere se nel corpo umano si accumulano troppe nanoparticelle?"
Sul fronte della tossicologia aggiunge: "ci accorgiamo di dover reinventare da capo tutto un sistema di valutazione della pericolosità della sostanze impiegate che oggi funziona a livello macroscopico o microscopico, ma che non funziona a livello nanometrico. E questo sarà un compito enorme perché la casistica è infi nita. Un solo esempio: uno dei settori più promettenti delle nanotecnologie è il loro impiego nel campo biomedico, ad esempio per realizzare farmaci antitumorali in grado di colpire solo le cellule cancerose senza coinvolgere parti sane dell’organismo. Quali sono i rischi che corre il personale che lavorerà nelle aziende farmaceutiche o il
personale coinvolto nei processi produttivi delle nanoparticelle poi utilizzate per la produzione di questi farmaci? Come si potrà
controllare il grado di esposizione a nanoparticelle eventualmente rilasciate durante i vari passaggi dei processi produttivi?
Non abbiamo ancora risposte certe. O meglio le avremmo: bisognerebbe impiegare i sistemi di areazione e fi ltraggio altamente
avanzati, che si usano oggi nell’industria microelettronica. Solo che multinazionali come Intel se li possono permettere. Un’ industria di tipo più tradizionale probabilmente no.”
Al momento manca un quadro legislativo unitario all’interno del quale operare. L’Unione Europea sta promuovendo un riesame della legislazione in materia, per valutare se sia efficace anche nei confronti dei prodotti nanotecnologici, ma ci vorrà del tempo prima che sia possibile porre rimedio a eventuali carenze.
Niente impone che le nanoparticelle vengano segnalate in etichetta e lo stesso Reach, la direttiva sulle sostanze chimiche che è una delle più avanzate al mondo in tema di sicurezza, non prevede al momento nessuna procedura particolare sulle nanotecnologie.
A tutto ciò si aggiunga l’attività di un inceneritore produce delle sostanze - polveri sottili e nano-particelle - di microscopiche dimensioni che s’insinuano nell’organismo umano attraverso l’apparato respiratorio ed anche attraverso l’apparato digerente, dato che le particelle si depositano anche sulle coltivazioni prossime agli impianti.
Qualsiasi sorgente ad alta temperatura provoca la formazione di particolato; più elevata è la temperatura, minore è la dimensione delle particelle prodotte; più la particella è piccola, più questa è capace di penetrare nei tessuti; ed inoltre non esistono meccanismi biologici o artificiali capaci di eliminare il particolato una volta che questo sia stato importato da un organo o da un tessuto: insomma le particelle durano per sempre.
Il corpo, non riconoscendo le nano-particelle, le isola come corpi estranei e questo, nel corso del tempo, può generare un gravissimo processo infiammatorio. In questi casi si parla di nano-patologie.
Sensibile a queste tematiche che riguardano la salute di tutti, Primafilm, distretto creativo e tecnologico indipendente, presenta una nuova grande sfida: un viaggio nel mondo delle polveri sottili, delle nano-particelle e delle possibili alternative, attraverso un film-documentario, Sporchi da Morire ( http://www.sporchidamorire.com).







