«Sa cosa sono quelli?», e punta l’indice sul grande tavolo riunioni che campeggia nella stanza. Stracarico di fascicoli, pesanti come macigni. «Sono palazzi di cemento armato. Lì in mezzo non c’è una via di fuga, né uno straccio di progettino che preveda un minimo di alternativa sostenibile. È solo un ammasso di cemento. Per quanto mi riguarda, possono restare lì. O se la vuole prendere lei la responsabilità di vistare un’ennesima condanna a morte?».
Bussano alla porta, è il messo col carrello. Altra valanga di carta-cemento. «Lo vede? Continuano ad arrivare nuovi complessi edilizi. Neanche qui c’è più spazio. Messina è nelle medesime condizioni. Anzi peggio». L’ingegnere capo del Genio civile, Gaetano Sciacca, è esausto. Ma anche alquanto arrabbiato. Come un leone in gabbia, mentre dall’esterno del Palazzo (e forse pure dall’interno) si prepara l’assedio. Accerchiato e braccato, perché colpevole di aver “paralizzato” una città intera.
Vi ricordate l’immagine simbolo di piazza Tienanmen? Sciacca è quel giovane che sfida la colonna di carrarmati imponendo l’alt. Nessun eroe né l’ultimo dei samurai, solo un funzionario dello Stato che tenta di fare il proprio dovere. Certo, il suo sfogo odierno assume toni da kamikaze, pronto a farsi esplodere. Un kamikaze lucido che non si aspetta nessun paradiso, dopo.
«Mi vogliono fare fuori. Ma io non ho nulla da perdere. Semplicemente perché non ho interessi come tutti gli altri». I suoi continui accorati appelli al buon senso a tutela del nostro territorio, sono puntualmente caduti nel vuoto, come testimoniano le inarrestabili richieste di nuovi insediamenti abitativi. «Ho le imprese alle calcagna. Sono dietro la porta. Ingegnere, mi gridano, teniamo famiglia… Ma insomma, come diavolo posso autorizzare simili scempi? Non è bastato Giampilieri? Intanto, non le nascondo, che la sera, prima di infilare la chiave nel portone, mi guardo le spalle».
Sembra quasi lo sfogo di una vittima del racket che non ne può più di pagare e finisce per denunciare tutto. «Guardi, non ho nulla da nascondere, passi da questo lato che le faccio vedere di cosa parliamo. Sennò le può sembrare di dialogare con un pazzo visionario». Al di qua della scrivania, davanti al pc, scorrono le immagini dell’orrore. Sono alcuni dei progetti “impossibili” che fior di ingegneri e architetti sarebbero pronti a cavalcare. Che bravi. Cose orribili. A cominciare dai luoghi dove edificare. Spesso piccolissime porzioni di terreno che solo un criminale potrebbe pensare di cemento. Sembrano tutti impazziti. Vogliono costruire in dirupi franosi, in angoli di città dove al massimo potrebbe trovare spazio un albero. Uno solo. Non un giardino (e semmai farebbe solo che bene).
No, la parola d’ordine è cementificare. «Guardi qua, lo vede questo è un cartello con scritto “rischio frane”. L’ha visto? Bene, ecco cosa vorrebbero far sorgere». E spunta l’immagine tridimensionale di un fabbricato abominevole. È solo uno dei tanti. È il valzer dei residence. Che si presentano come “immersi nel verde”, con nomi altisonanti come a voler ricordare i vecchi complessi edilizi di un tempo, oasi di tranquillità.
Macché, fanno schifo. E ingegneri e architetti dovrebbero vergognarsi. Invece progettano e tirano su palazzacci, uno addosso all’altro. Che se ti affacci al balcone, ti abbracci con quello affacciato nel palazzo di fronte. Altro che strade o vie di fuga. Non c’è spazio neanche per respirare. E allora, alzi la mano chi ha il coraggio di autorizzare simili porcate. L’attuale ingegnere capo del Genio civile, no.
Sciacca è già andato in Procura, dove ha depositato dossier su dossier del dissesto idrogeologico e del nuovo tentato dissesto. Punto. «Mi hanno detto, lor signori ingegneri e architetti, che violo la regole. Di bypassare il famoso articolo 32 della legge regionale 7 del 2003, quello che ti autorizza a costruire, salvo poi in caso di difformità a demolire tutto. Lo ammetto, per carità, ho forzato la legge. Ma mi sarei aspettato un coro di solidarietà, a cominciare dai rappresentanti dei due ordini professionali, per essermi schierato a favore della tutela del territorio e dell’incolumità pubblica. E invece – constata amareggiato – mi hanno persino dato addosso. Ho scritto a tutti gli attori interessati, a cominciare dal Comune, per dire semplicemente: alt gioco, così non è opportuno procedere, il territorio è saturo, sediamoci tutti attorno a un tavolo e studiamo assieme come comportarci.
Le risulta che qualcuno abbia avuto un sussulto d’orgoglio? Non mi pare. Anzi, direi che si è persa pure la dignità». Sciacca, come si ricorderà, aveva emanato una disposizione di servizio a novembre del 2009 con cui stabiliva che «la prescrizione dell’inizio dei lavori deve essere subordinata alla realizzazione delle opere di sistemazione esterna quali strade, canalette di raccolta delle acque meteoriche con il relativo recapito finale, muri di contenimento, cordoli che delimitano la sede viaria, caditoie, griglie regimentazioni idrauliche di impluvi o corsi d’acqua e di qualsiasi intervento previsto negli elaborati di progetto a salvaguardia e presidio degli stessi fabbricati». Gli hanno dato del pazzo. TITO CAVALERI - GDS (Ads Google - da: Enricodigiacomo foto Ing.Saccà di Enrico Di Giacomo)
Vedi anche:
- Il Sindaco di Messina vuole altre colate di cemento
- Cemento e asfalto soffocano Messina
- Reportage di Felice Cavallaro e Prg
- Altre colate di cemento a Messina
Non si può restare a guardare che gli eventi travolgono l'ultimo baluardo, bisogna reagire. Difendiamo quel poco di verde che è rimasto a Messina.






