Con l’aiuto di due robusti tubi gialli Daniel Muukor versa l’acqua inquinata di petrolio nella sua piccola imbarcazione di legno.
Ma non siamo nel Golfo del Messico e Daniel non è un ambientalista impegnato. Siamo nel delta del Niger e David è un ragazzino di 15 anni che sottrae il greggio per rivenderlo al mercato nero.
“Qui non ci sono né robot sottomarini per fermare la fuga di petrolio né inchieste governative sull’accaduto né risarcimenti per le persone danneggiate. Questa è la Nigeria, non gli USA”, scrive il Daily Nation.
Secondo l’ong Environmental rights action, nel delta del Niger finisce più petrolio che nel golfo del Messico e l’impatto ecologico è molto più grave del disastro statunitense.
In Nigeria, inoltre, le fughe di greggio, rimangono aperte per anni, inquinando l’aria, la terra e l’acqua di comunità locali già poverissime.
L’amministrazione federale, ovviamente smentisce la gravità della situazione. E il presidente Goodluck Jonathan sostiene che gli incidenti sono meno gravi e vengono risolti in breve tempo. Mentre la Royal Dutch Shell, la principale compagnia petrolifera attiva nel paese, scarica le responsabilità sui sabotatori degli oleodotti.
Sabotatori che non sono feroci guerriglieri o temibili concorrenti, ma ragazzini come Daniel Muukor, che rivendendo l’oro nero guadagnano anche 67 dollari al giorno. (da: Internazionale)
Vedi anche:







