Per favore, non inceneriamo anche il nostro futuro. Cambiamo aria, mettiamo al bando gli inceneritori o termovalorizzatori: costano moltissimo, minacciano la salute, non risolvono il problema dei rifiuti. Queste le parole d’ordine della campagna ambientalista contro gli impianti di incenerimento, denominati “termovalorizzatori”. «Una furbesca interpretazione delle direttive europee – accusa Michele Boato – fa credere che gli inceneritori comportino la riutilizzazione dei rifiuti». Niente di più falso. L’alternativa? La raccolta differenziata porta a porta: investendo appena un miliardo di euro, si ottengono 200.000 posti di lavoro. E senza inquinare, né provocare tumori.
«In realtà, anche se il calore della combustione è utilizzato per produrre elettricità, si tratta sempre di inceneritori a bassissimo recupero di energia», premette Boato: «Riciclare la carta fa recuperare 4 volte l’energia che si produce bruciandola». Per non parlare della plastica: riciclandola, si recuperare fino a 26 volte l’energia prodotta incenerendola.
L’Europa, ricordano i promotori della campagna “No Inc” e della rete “Rifiuti zero”, raccomanda soprattutto prevenzione: riduzione dei rifiuti all’origine (vuoto a rendere, prodotti sfusi, liquidi alla spina, compostaggio domestico), nonché raccolta separata dei materiali e utilizzo di merci facilmente riciclabili. Solo in via del tutto subordinata si può ricorrere a discariche e inceneritori.
Gli inceneritori, aggiungono i promotori della campagna ecologica, possono funzionare bene solo se bruciano materiale combustibile, cioè carta, plastica e legno. «Gli inceneritori impediscono perciò la possibilità di riutilizzare e riciclare la carta e la plastica. Viene così anche vanificato il generoso impegno di tante associazioni di volontariato, scuole e famiglie per la raccolta separata dei rifiuti». E dire che c’è un enorme bisogno di riciclo: «Degli oltre 10 milioni di tonnellate di carta e cartoni “consumati” in Italia, solo poco più di 2,5 milioni sono riciclati e circa 7,5 milioni finiscono in discariche e inceneritori».
La scelta di costruire impianti di incenerimento, inoltre, scoraggia lo sviluppo di tecniche di raccolta separata, frazionamento e commercializzazione delle merci riciclate. Bruciare tutto disincentiva la stessa progettazione di merci più durature, destinate a non trasformarsi subito in rifiuti e, magari, ad essere facilmente riciclate. «Tutte operazioni – osserva Michele Boato – che potrebbero assicurare occupazione e innovazione tecnico-scientifica. In Germania la riduzione dei rifiuti (-16%) e l’aumento del riciclo degli imballaggi iniziati con il decreto Toepfer del 1991 ha mandato in crisi gli inceneritori programmati e costruiti dal 1980 al 1995».
La normativa italiana è «inadeguata a tutelare la salute», visto che un inceneritore può “legalmente” immettere nell’ambiente sostanze nocive, «compresi cancerogeni certi, in quantità rilevanti, e con controlli assai poco soddisfacenti». Un esempio: un inceneritore da 800 tonnellate di rifiuti al giorno, rispettando i limiti di legge, emette 504.000 nanogrammi quotidiani di diossina. Subito dopo il traffico, aggiunge Boato, «le emissioni degli inceneritori sono una delle cause principali del moltiplicarsi di malattie degenerative in Europa, con enormi costi sociali».
«Bruciare i rifiuti – dichiara Boato – costa molto più che raccoglierli separatamente e riciclarli: da 100 a 300 euro a tonnellata». La “convenienza” economica, aggiunge, «sta tutta nella truffa del finanziamento statale: che paga, coi nostri soldi, l’energia elettrica prodotta dagli inceneritori». Energia pagata «circa 18 centesimi al kilowattora», ovvero «oltre 4 volte il suo prezzo di mercato». Per Boato si tratta di «un conto truccato, che paghiamo noi cittadini con le tasse e le bollette». Alternative? L’opzione rifiuti-zero e la raccolta differenziata porta a porta. «In Italia – rilevano i promotori della campagna – molte decine di Comuni, non solo piccoli, superano l’80% di raccolta differenziata e qualcuno sta puntando a superare il 90%». (Da Decrescitafelice)
Vedi anche:






