Associazione Salute

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Polemica sul Codice Russo del mensile "S"

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S_43_pa_copertina_codice-russoL’assessore regionale per la Salute, Massimo Russo, interviene a proposito delle polemiche seguite all’inchiesta giornalistica pubblicata dal mensile “S”. “Il mensile ‘S’ – dice Russo – ha sviluppato una inchiesta di 40 pagine sulla sanità senza avvertire l’esigenza, o meglio il dovere professionale, di chiedere alla struttura assessoriale un confronto su fatti e circostanze che vengono invece raccontati in modo parziale e unilaterale: un confronto tanto più necessario visto che lo stesso assessore viene “sbattuto” in prima pagina. Un fatto che non appare corretto e che con la doverosa riservatezza è stato portato a conoscenza dell’Ordine dei Giornalisti solo per sapere se sono ravvisabili “gli estremi di violazione dei più elementari comportamenti deontologici della professione giornalistica”. Nella richiesta non è stato minimamente messo in dubbio il diritto di informazione che poi è anche un sacrosanto dovere degli organi di stampa, da svolgere però nei modi previsti dalla legge.” 

Rassegna web salute

“E dinanzi a quella che appare una violazione di elementari doveri deontologici ho chiesto di sapere se una persona che firma una delicata indagine giornalistica abbia effettivamente i titoli per farlo secondo quanto prevede la normativa vigente; normativa che può anche non piacere – e personalmente mi piace poco specialmente nella parte che prevede il reato di esercizio abusivo della professione giornalistica – ma che certamente va rispettata. Invece la testata online “Livesicilia” (“Russo, esposto all’ordine: indagate su quei cronisti”) e il quotidiano “La Repubblica” edizione di Palermo (“Denuncia una giornalista, Russo nella bufera”) presentano la vicenda con titoli largamente fuorvianti dalla realtà dei fatti”.

Sembra quasi – aggiunge Russo - che chiedere il rispetto delle regole costituisca un misfatto: dispiace, ma non sorprende, che su questa vicenda siano già stati espressi commenti da parte di alcuni esponenti politici che per fini strumentali e demagogici, pur senza conoscere i dettagli della vicenda, hanno parlato impropriamente di “censura”, di atti di “intimidazione” o di toni offensivi. C’è evidentemente chi utilizza a convenienza i concetti di regole e di legalità e perfino di antimafia, sventolandoli fieramente nei convegni pubblici e in certi salotti per poi magari dimenticarsene talvolta dinanzi ai fatti concreti che richiedono proprio il rispetto e l’applicazione delle regole, anche le più elementari”.

“Non ho scheletri nell’armadio – conclude Russo – e non mi sottraggo al pubblico confronto che rientra nei miei doveri di pubblico amministratore ma non ritengo utile né corretto che l’opinione pubblica possa essere negativamente influenzata da un’inchiesta giornalistica quantomeno parziale e influenzata da un evidente pregiudizio. Un confronto – nel caso specifico neanche chiesto dalla testata – sarebbe stato sufficiente a smentire in modo palese il contenuto di certe accuse. Sarebbe stato anche sufficiente tenere nella doverosa considerazione i dati riportati in modo trasparente nel “Libro Bianco” pubblicato pochi mesi fa o nella documentazione depositata all’Ars in occasione della recente mozione di censura. Chiariremo nei tempi e nelle sedi opportune tutte le gravi imprecisioni e le falsità pubblicate ma resta evidente il gravissimo danno di immagine provocato a questa amministrazione che invece, pur fra mille difficoltà, continua a ricevere attestati di stima a livello ministeriale per l’opera di risanamento avviata e ovviamente non ancora conclusa”.

Se ne ricava che per Massimo Russo solo i giornalisti possono scrivere e pubblicare delicate inchieste. Non solo, per dovere deontologico i giornalisti hanno sempre il dovere di interpellare i diretti interessati e non la facoltà vantaggiosa per la completezza che se ne può ricavare.

In questo Stato dove i potenti devono avere obbligatoriamente un megafono disponibile non si può per una volta zittirli, non si può fare a meno del loro intervento? Non gli basta il diritto di replica. L'opportunità di ascoltare il diretto interessato diventa dunque obbligo (almeno deontologico) soprattutto se questi ricopre un importante incarico. E se l'autore non fosse un giornalista? Ho sempre pensato che gli ordini dovrebbero essere aboliti!

Costituzione italiana art.21  « Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.  ...»

Ma oltre le polemiche ecco gli argomenti del mensile "S" n.43 - 'Codice Russo' acquistabile anche online:

La spesa è aumentata, i cuffariani sono rimasti al proprio posto e le “sperimentazioni” San Raffaele, Bambin Gesù e Rizzoli costano centinaia di milioni. “S” punta i riflettori sul “Codice Russo”, la riforma della sanità varata dall’assessore-pm: all’interno della rivista un dossier di 40 pagine dedicato a ospedali, cliniche e Asp. Proprio da queste ultime proviene una delle voci di spreco: i consulenti e i collaboratori chiamati dalle aziende sanitarie sono 150 e “S” ne descrive nomi e funzioni. Ma l’attenzione è puntata anche sulle inchieste che hanno coinvolto le cliniche private Latteri, La Maddalena e Noto: la rivista pubblica tutti i verbali dell’indagine che ha sconvolto Palermo.

Nella rivista spazio anche alle inchieste sui finanziamenti che l’imprenditore nisseno Pietro Di Vincenzo ha detto di avere girato a numerosi politici: “S” pubblica i verbali degli interrogatori del costruttore, con i nomi di molti “big” di tutti i partiti. Grande attenzione anche all’inchiesta “Modica bene”, che coinvolge l’ex presidente della Regione Giuseppe Drago, e a quella sul presidente della Provincia di Agrigento Eugenio D’Orsi.

Per la sezione dedicata alla mafia sono due le principali esclusive: le foto inedite del superlatitante Giovanni Motisi, il più ricercato fra i boss palermitani, e le immagini dalla villa di via Bernini nella quale fu arrestato Totò Riina. Nell’edizione trapanese, infine, spazio ai potenti che decidono le sorti della provincia, mentre ad aprire lo spazio dedicato a Catania è l’inchiesta sul “nuovo tavolino” che avrebbe permesso a un cartello di Paternò di mettere le mani su quasi tutti gli appalti. (da LiveSicilia)

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