Associazione Salute

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Massima privacy per la diagnosi HIV

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Tiene banco la recente ordinanza del Garante della privacy dove si «prescrive» a tutti i sanitari «di non raccogliere l'informazione circa l'eventuale stato di sieropositività del paziente». In pratica questo dato può essere richiesto solo qualora sia ritenuto necessario in relazione all'intervento clinico da eseguire sul paziente e comunque con il suo consenso (facoltativo).

Per facoltativo si intende che la non concessione dell'informazione non deve comportare modifiche o impossibilità all'esecuzione delle prestazioni non in relazione con HIV.

Il Garante per la protezione dei dati personali è intervenuto più volte sul rispetto dei diritti dei malati di AIDS con una decisione che riafferma la necessità di garantire a queste persone la massima tutela della riservatezza e della propria dignità personale.

Lo ha stabilito il Garante privacy con un provvedimento generale in cui ha indicato i principi ai quali devono attenersi i medici nella raccolta di informazioni sulla sieropositività. Il Garante ha sentito la necessità di fornire indicazioni a tutti gli studi medici dopo aver affrontato il caso di uno studio dentistico che raccoglieva informazioni sull'Hiv mediante la distribuzione di un questionario al momento dell'accettazione dei pazienti.

L'ordinanza nasce dalla segnalazione di Matteo Schwarz, legale di Nps Italia, associazione di persone con l'Aids: «E' molto frequente che negli studi vengano utilizzati questionari dove bisogna dichiarare se si è sieropositivi. Una procedura poco ortodossa, applicata anche al di fuori della sanità. Noi pretendiamo invece che l'informazione rientri nell'ambito di uno scambio confidenziale tra medico e paziente. Siamo indignati poi dalla passività degli Ordini professionali che non sono mai intervenuti per censurare comportamenti dei loro iscritti non in linea con la deontologia». I dentisti però protestano contro il Garante della privacy, l'assurdo non ha più limiti.

L'avvocato Matteo Schwarz si riferisce a storie di persone che hanno grosse difficoltà a farsi curare una carie perché sieropositive. Sono stati denunciati casi di vero e proprio rifiuto. Per questo motivo il Garante ha ritenuto necessario ribadire che la raccolta del dato sanitario sull'Aids debba avvenire, previo consenso informato dell'interessato, comunicato allo specifico medico curante «nell'ambito di un processo di cura in relazione a specifici interventi clinici» e se è ritenuto necessario.

Il Garante aveva stabilito, in precedenza, anche il divieto per le commissioni mediche che svolgono gli accertamenti sanitari sui lavoratori, di divulgare la diagnosi di AIDS riscontrata in sede di accertamento sanitario.

L'Autorità ha in proposito applicato il principio generale contenuto nella legge sull'AIDS, e valido anche per il settore privato, secondo il quale i risultati degli accertamenti diagnostici devono essere comunicati dagli operatori sanitari esclusivamente all'interessato.

La legge sulla privacy permette infatti alle amministrazioni pubbliche di trattare i dati sensibili, quali quelli attinenti allo stato di salute, ma ha fatto salve le precedenti norme della legge in materia di AIDS, nelle quali figura anche l'obbligo per gli operatori sanitari, che nell'esercizio della loro professione vengano a conoscenza di un caso di AIDS o di un'infezione da HIV, di adottare tutte le misure occorrenti per garantire il massimo riserbo.

Proprio a tutela della massima privacy per HIV, in molti casi è previsto l'uso di codifiche in forma anonima del nome, rintracciabile attraverso appositi registri dal medico che lo cura e non da chiunque lavori nella stuttura sanitaria. In genere l'assistito HIV positivo può rivelare il proprio stato al medico specialista che lo ha preso in carico, non è obbligato a informare altri.

Infine chiunque voglia eseguire l'esame HIV a richiesta deve essere coperto da anonimato, recandosi direttamente al laboratorio diagnostico della struttura sanitaria pubblica, anche senza ricetta (accesso diretto). 

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