Si conclude dopo 50 anni, con un doveroso riconoscimento, la battaglia delle 150 vittime italiane della talidomide che stanno per ricevere un indennizzo di circa 4.000 euro esentasse (una miseria).
Lo ha stabilito un decreto firmato dal ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, in attesa ora di essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, che dopo mezzo secolo riconosce l’esistenza dei danni provocati dal farmaco, utilizzato tra il 1959 e il 1965 come anti emetico e sedativo anche per l’utilizzo in gravidanza, che ha portato a migliaia di casi di malformazioni neonatali (embriopatia talidomidica) e morte perinatale in tutto il mondo.
Si stima che oltre 20.000 bambini nel mondo, di cui migliaia in Europa, siano nati affetti da focomelia, un raro difetto che impedisce la crescita delle ossa lunghe, il farmaco fu pertanto bandito all’inizio degli anni 60. Il decreto mette fine così ad un lungo iter per il riconoscimento dei danni della talidomide iniziato, per opera di Tai Onlus, Associazione per la tutela dei diritti civili dei Thalidomidici italiani, nata nel 2004 con l’obiettivo di salvaguardare la dignità della vita dei Thalidomidici italiani, dimenticati per mezzo secolo.
L’incipit normativo avviene con la L27 del 3 febbraio 2006 che, per la prima volta, riconosce la patologia “Sindrome da talidomide”, quindi un emendamento alla legge finanziaria 2008 ha riconosciuto la necessità dell'erogazione dell'indennizzo alle vittime italiane del farmaco, mentre risale allo scorso 6 febbraio l'emendamento al Decreto “Milleproroghe” sugli indennizzi ai soggetti affetti da talidomide, approvato dalla Commissione Affari costituzionali del Senato. Tale emendamento chiedeva di precisare gli anni in cui veniva venduto ufficialmente il farmaco per facilitare le procedure di identificazione dei soggetti colpiti dalla patologia connotata, ma senza dover presentare prove cartacee e/o documentazione comprovante l’assunzione di tale farmaco da parte dei genitori durante la gravidanza della madre, come invece è tuttora previsto dalla normativa spagnola.
Nel 1994 Judah Folkman, il padre degli studi sull'angiogenesi (la "creazione" di nuovi vasi sanguigni da parte delle cellule cancerose), scoprì le proprietà antitumorali della Talidomide, che si esprimevano proprio nella capacità di bloccare i piccoli vasi necessari alla massa neoplastica per crescere.
Questi studi hanno permesso di capire meglio anche i "meccanismi" che portarono alla nascita dei bambini malformati: il farmaco, probabilmente, bloccava lo sviluppo dei vasi sanguigni negli abbozzi degli arti, con conseguente mancato sviluppo di braccia e gambe.
Da qui a cercare di utilizzare la Talidomide nella terapia dei tumori, il passo è stato breve, anche se per la cattiva fama del farmaco si è usata molta cautela.
Oggi la Talidomide viene studiata per curare molti tipi di tumore, tra cui il glioblastoma (tumore del cervello); i sarcomi, il carcinoma del seno, il cancro della prostata, il melanoma cutaneo e soprattutto il mieloma multiplo.
E' del 1999 la prima segnalazione sugli effetti della Talidomide nella cura dei tumori. In particolare venne accertato che la Talidomide poteva indurre una serie di "risposte" obiettive nel 30% di pazienti con mieloma multiplo allo stadio più grave, refrattari alla chemioterapia standard. Da allora, una mezza dozzina di piccoli studi clinici condotti agli inizi del nuovo millennio hanno dimostrato che la Talidomide era in grado di migliorare anche molte delle manifestazioni più gravi della malattia, tra cui il calo delle piastrine e dei globuli rossi, riducendo la dimensioni della milza (che è un organo bersaglio della malattia).
Questi miglioramenti, però, si ottenevano al prezzo di effetti collaterali (sonnolenza - il farmaco, non dimentichiamolo, è un sonnifero - vertigini, neuropatie periferiche, eruzioni della cute, e altri). E i pazienti erano indotti ad abbandonare il farmaco dopo soli tre cicli di trattamento.
Nel 2004 è stato pubblicato lo studio di un gruppo multicentrico italiano, che ha utilizzato la Talidomide a basse dosi, ottenendo risultati simili a quelli registrati con dose più alte, ma con effetti collaterali ridotti (il 50% dei pazienti ha "ricevuto" almeno 6 cicli di trattamento).
Sono ancora in corso studi per definire meglio l'uso della Talidomide nel mieloma multiplo, sia per quanto riguarda il dosaggio, sia per quello che concerne le combinazioni con altri farmaci utili in questa malattia (inclusi corticosteroidi e chemioterapici). Varie industrie farmaceutiche stanno attivamente lavorando alla messa a punto di molecole analoghe, ma prive degli effetti collaterali della Talidomide.
Questo farmaco dal passato così terribile può fornire una serie di speranze almeno nel trattamento del mieloma multiplo. Da (Sendo) e (Iosi).
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- Vedi anche: strage nascosta del talidomide






